Dottor Boh camminava qualche metro davanti alla coppia. Da una parte aveva bisogno di un po’ di tempo per sé: amava le passeggiate soprattutto perché gli permettevano di rimettere in ordine i pensieri. Dall’altra, dopo il litigio, voleva lasciare anche a loro un po’ di tempo insieme. Tanto, di lì a poco, avrebbero avuto di nuovo tutto il tempo per stare in tre.
Arrivò per primo davanti alla porta di casa e aspettò le due persone che aveva appena conosciuto con un sorriso gentile. Quando lo raggiunsero, non si mosse. Anche il sorriso rimase al suo posto.
La donna e l’uomo continuarono a chiacchierare ancora per qualche secondo, poi calò il silenzio. Si sentiva soltanto il vento, che cercava la sua strada tra le foglie degli alberi.
Dottor Boh aveva ripreso a fischiettare una delle sue canzoni italiane preferite.
Se uno di noi fosse stato lì, avrebbe percepito subito un certo disagio nella coppia. Il tempo passava e Dottor Boh si sedette sul gradino davanti alla porta.
La donna cominciò a spazientirsi e sussurrò qualcosa all’orecchio dell’uomo. Lui provò a tranquillizzarla e le rispose sottovoce. Lei diventava sempre più nervosa, finché chiese: «Ehm… scusa… ma che cosa stiamo aspettando?»
Dottor Boh rispose: «Aspettavo che mi chiedeste se potevamo entrare», con un sorriso innocente.
«Ma è casa tua! Noi stavamo aspettando che fossi tu ad aprirci la porta», disse la donna, confusa.
Dottor Boh rispose con molta cortesia: «Sì, certo, vi faccio entrare volentieri».
I due annuirono, si guardarono e probabilmente si sentirono un po’ insicuri. In fondo, quell’uomo era praticamente uno sconosciuto.
Dottor Boh aprì la porta.
Quando entrarono… no, non è proprio la parola giusta.
Perché, in realtà, ebbero piuttosto la sensazione di uscire attraverso quella porta. Davanti a loro si stendeva un immenso frutteto. Un giardino davvero particolare. Molte cose erano proprio come ci si aspetta da un giardino: prato, piante, alberi e qualche panchina. C’erano persino alcuni nani da giardino, che davano al luogo un’aria più giocosa.
Quello che la coppia non si aspettava, però, erano le numerose porte piantate in mezzo al giardino.
Erano lì, semplicemente. E né davanti né dietro c’erano stanze. Soltanto un altro pezzo di prato, un albero o una panchina.
Molto strano, pensò la coppia, che in quel momento riuscì solo a muovere qualche passo incerto.
Osservavano ogni cosa con grande curiosità: il luogo sembrava calmo, armonioso, pacifico. Senza nemmeno rendersene conto capirono che lì non avevano bisogno di avere paura.
All’improvviso, quasi per istinto, la donna si voltò. Cercava la porta da cui erano passati. Al suo posto, però, c’era un grande albero: una splendida quercia, vecchia di molti decenni. Sul tronco era appeso un cartello:
Il giardino delle possibilità
Qui sono a casa.
E la paura è un’estranea.
Era rimasta a bocca aperta per diversi minuti e ora aveva la gola secca. Si inumidì lentamente le labbra, guardò Dottor Boh e cominciò a parlare: «Dove siamo? Che cos’è questo posto? Il giardino delle possibilità?!» Si voltò un attimo verso l’uomo e poi di nuovo verso Dottor Boh.
«È bellissimo, vero? Qui la paura non entra. Ho creato questo giardino alcuni anni fa e ci torno ogni volta che ho bisogno di sentirmi al sicuro.» Mentre parlava, staccò una mela rossa da un albero accanto a lui e la offrì cortesemente alla donna. «Queste mele sono dolcissime. Creano dipendenza», aggiunse sorridendo.
Lei prese la mela e rimase lì, tenendola semplicemente in mano. Poi continuò: «E quelle porte che cosa sono?! Perché stanno lì in mezzo, senza niente intorno?!»
«Boh, non lo so… In realtà non lo so nemmeno io. Ma, se vuoi, possiamo guardarne una insieme. Sono curioso anch’io: fino a ieri non c’erano.»
La proposta le sembrò molto strana. Allo stesso tempo, però, era curiosa e seguì Dottor Boh verso una delle porte.
Quando si avvicinò, rimase a bocca aperta e lanciò un piccolo grido.
Fece qualche passo indietro e, dopo pochi secondi, si avvicinò di nuovo.
Sulla porta c’era un altro cartello. Questa volta riportava un nome: Diana. Il suo nome.
L’uomo rimase dov’era. Era abituato a rispettare lo spazio degli altri.
La donna guardò Dottor Boh con aria interrogativa. Lui la stava osservando. «Perché avevate litigato? Prima, intendo.»
La donna impiegò qualche secondo a ritrovare il filo. Guardò ancora una volta la porta: in realtà avrebbe voluto saperne di più. Ma, per educazione, rispose alla domanda di Dottor Boh: «Non mi fa quasi mai domande. A volte ho la sensazione che non gli interessi quello che gli racconto. È così… passivo! Proprio come adesso!» Lanciò all’uomo uno sguardo irritato.
«Anche ora non chiede niente! Non riesco ad aprirmi con lui. E perfino quando ci provo, lui ascolta e basta, senza dire quasi niente. Potrebbe chiedermi: “Che porta è? La apriamo? Magari dietro c’è davvero qualcosa”. Invece se ne sta lì fermo e guarda.» Dopo quelle parole, sospirò profondamente.
L’uomo fece qualche passo verso di lei, si fermò e la guardò con dolcezza. «Certo che mi interessa quello che hai da dire. Ti ascolto sempre volentieri. Mi piace quando mi racconti la tua giornata. Se non faccio domande, non significa che non mi interessa.»
In quel momento tornò il silenzio. Era come se anche loro non avessero più energie per litigare.
Dopo qualche secondo si sentì un lieve borbottio. La coppia si voltò verso Dottor Boh, che, chissà come, aveva infilato mezza testa nella sua famosa borsa. Quando la tirò fuori, guardò pensieroso la donna, poi l’uomo, poi di nuovo la borsa…
«Vabbè, non è importante», disse alla fine. Poi domandò con aria innocente: «Allora, che cosa mi sono perso?» e fece il suo sorriso più candido. «A proposito, hai aperto la porta?» chiese alla donna.
Lei rispose d’impulso: «Certo che no! Se qualcuno me l’avesse chie…» L’ultima parola le morì in gola. Tacque. Era triste. E, nello stesso tempo… qualcosa dentro di lei si ammorbidì.
Nella sua mente tornò la scena di pochi minuti prima, quando Dottor Boh era rimasto davanti alla propria porta ad aspettare. Per un minuto intero guardò per terra. Poi alzò lentamente la testa e si voltò verso l’uomo. I suoi occhi si riempirono di lacrime.
Si girò e tornò verso la porta. La sua porta. Guardò il cartello con il proprio nome e posò una mano sulla maniglia.
Proprio allora l’uomo disse: «Certo che voglio vedere che cosa c’è dietro la tua porta. Sto solo aspettando che sia tu a permettermelo…»
Lei abbassò la maniglia e aprì appena la porta. Poi si voltò verso di lui.
La donna scoppiò a piangere, corse verso l’uomo e si lasciò stringere tra le sue braccia.
Dottor Boh sospirò piano, soddisfatto, e si allontanò senza farsi notare. Ora quei due avevano di nuovo bisogno di un po’ di tempo per sé.
Dietro di lei, la porta era ancora aperta…
